L'intervista a Marco Frittelli

L'intervista a Marco Frittelli

Biografia: Parlaci di te, i tuoi studi, le tue esposizioni, ecc…

Mi chiamo Marco Frittelli sono nato a San Gimignano nel 1968 nella terra del Chianti, a 14 anni scopro la passione per la fotografia grazie ad una vecchia Comet Bencini di mia mamma e da li non mi abbandonerà più’, a 16 anni finalmente riesco a comprare la mia prima macchina fotografica, una yashica 2000 fx3 super. Già da alcuni anni ho scoperto il mondo della fotografia digitale ma senza scordare il mio primo amore che tutt’ora pratico nella mia camera oscura con il medio e grande formato analogico e in particolare negli antichi procedimenti fotografici come procedimento ai pigmenti, al Platino, Gomma Bicromatata

Nel 2012 mi sono aggiudicato il premio 1″ classificato per il concorso Passione Italia per la categoria Borghi e Rioni di’ Italia su Pagine Bianche

Domanda: Quali sono stati i tuoi primi approcci al mondo dell’arte?

Risposta: Fin da giovane avevo bisogno di registrare le mie esperienze, i miei pensieri e quello che i miei occhi vedevano. La fotografia assolve a questo compito. Attraverso i miei lavori riesco a conservare ciò che ho di più prezioso: la memoria.

D: Se ci sono stati, chi sono i tuoi riferimenti culturali, il tuo maestro, il tuo faro nella tempesta?

R: La mia estrazione culturale deriva dai giganti della fotografia come Ansel Adams, Bill Brandt, Yosef Sudek, Eugene Atget, che influenzano maggiormente la mia fotografia, ho studiato il loro stile e mi hanno aiutato a trovare una mia personale visione.

D: Quali sono i soggetti della tua arte e da dove prendi spunto per i tuoi lavori?

R: I miei lavori prendono spunto da piccole cose, mi piace giocare molto con la luce e vedere come le ombre cambiano e modellano il soggetto. Sono molto attratto da vecchie fotografie e dagli antichi procedimenti fotografici.

D: Dietro ogni tuo lavoro c’è un significato profondo, un aspetto che vuoi fare emergere?

R: Si: Il desiderio di far riemergere il vero artigianato fatto di cose povere ma con sentimenti ricchi di passione dove ogni opera produce una emozione.

D: Che cos’è per te il “bello”? Esiste il bello nell’arte?

R: Il bello in assoluto non esiste ognuno di noi ha la sua concezione di bello o meno bello

D: A cosa ti stai dedicando ultimamente? Alla scultura, alla pittura o alla fotografia? Quale percorso stai seguendo?

R Già da alcuni anni la mia curiosità si è rivolta verso i procedimenti fotografici obsoleti, ovvero alternativi ai sistemi di massa, dedicandomi in particolare alla fotografia Fine Art con il procedimento ai pigmenti uno fra questi anche chiamato stampa al carbone. Una tecnica di stampa del 1850 che non fa uso di sali d’argento, ma di gelatine animali pigmentate e sensibilizzate con Bicromati

D: Qual è il tuo metodo di lavoro? Spiegaci come arrivi all’opera finita…

R La partenza è rigorosamente da una immagine in negativo di grande formato 4×5”, 5×7”, 9×12” La stampa al carbone è un procedimento lento e complesso che richiede dedizione e rigore, visto che tutto è giocato sulla preparazione, coloritura, sensibilizzazione della gelatina, temperatura dei bagni, esposizione alla luce solare, nella preparazione del foglio di trasferimento al supporto finale (non è un caso che il tempo per dare vita ad una immagine dalla nascita dello scatto alla fine del processo può richiedere anche due giorni di lavoro)

D: Parlaci un po’ dei tuoi strumenti di lavoro, dei materiali che usi, dei colori che prediligi…

R: Alle macchine tradizionali di grande formato che amo usare, una Busch Pressman 4×5” 10×12 cm ed una vecchia macchina a soffietto 5×7” 13X18 cm ho affiancato una Nikon digitale . I materiali e colori che uso sono principalmente materie povere, (a parte dei negativi di grande formato e prodotti chimici per camera oscura che è sempre più difficoltosa la sua reperibilità) come gelatine, alcuni prodotti chimici, terre colorate, carte al cotone 100%